Da piccola la stireria della mia famiglia era il mio parco giochi personale: un capannone in cui la polvere si mescolava al vapore e all’odore dei tessuti che ha fatto da sfondo alle mie avventure più belle. Ogni volta che mi capita di ritornarci la memoria mi riporta a quegli anni, agli angoli bui in cui sbocconcellavo la fetta di pane rubata in cucina in attesa che fosse pronta la cena oppure inventavo fantastiche avventure in cui i macchinari prendevano le sembianze di pericolosi nemici ed io ero l’eroina della situazione. Da adolescente ho passato diverse estati a lavorarci, sudando fra i vapori e brontolando perché i miei amici nel frattempo si stavano godendo il sole e la libertà delle vacanze. Tuttavia il lavoro manuale mi lasciava libera di vagare con le idee e il tempo in genere trascorreva veloce. Penso che proprio lì, dapprima stimolata delle suggestioni dei rumori e dalla mobilità di quello spazio, poi alimentata dai tumulti interiori tipici dell’adolescenza, ho nutrito la mia capacità di immaginare e creare col pensiero. Spesso il fantasticare viene considerato come espressione di poca concentrazione e svagatezza, un’occupazione di poca sostanza. Io credo tuttavia che non corrisponda sempre a pura evasione, ma possa in qualche modo avere un effetto curativo. Attraverso le storie che mi racconto riesco per esempio a rielaborare i miei stati d’animo e spesso intravederne le cause profonde. Le trame che si sviluppano nella mia mente prendono infatti spunto da circostanze reali, ma si svolgono indipendentemente dalle leggi della fisica o dalle censure della morale. Lasciar scorrere i pensieri e lasciare che diventino immagini mi permette quindi di osservare cosa si muove in me e di comprenderlo. Faccio affidamento sulla mia mente, che è il luogo in cui mi riparo quando tutto è troppo e sento il bisogno di tornare a me stessa. Non sono una psicologa, ma penso che questo sia in un certo senso un meccanismo di difesa che ho sviluppato per gestire la complessità e renderla in qualche modo più accessibile, meno paurosa. Non si tratta quindi di vivere fra le nuvole, ma di cercare se stessi nello spazio senza limiti dell’immaginazione, tentando di ridurre lo scarto fra ciò che sono e chi vorrei diventare. Prendere coscienza delle proprie fantasie a volte è scomodo, perché quando il pensiero viene liberato da ogni costrizione si rivelano lati di noi che preferiremmo ignorare o tenerci nascosti. Ma in quanto unici spettatori del nostro cinema interiore quest’esperienza può tramutarsi anche in un’opportunità per imparare a riconoscere le proprie debolezze senza temere il giudizio degli altri ed eventualmente, reagire. Allora spazio libero alla forza creativa dell’immaginazione, capace non solo di rendere più interessante una mezz’ora tranquilla, ma anche di trasformare la realtà.

