Novembre

Novembre è per me il mese del cappotto, delle zucche e della nebbia. Luce grigia filtra la cappa di condensa e appena colora questi giorni stentati. Vivo questo mese come una parentesi fra i toni sgargianti dell’autunno e il sollievo dell’avvento, che con le sue catenelle di luci ammiccanti porta un po’ di calore nel gelo dell’inverno. Questo tempo si addice al ricordo e alla malinconia, e forse per questo viene collegato all’esperienza della morte. Già in tempi antichi in questa stagione venivano celebrati dei riti legati alla terra in cui si contemplava l’arrivo dell’inverno e l’apparente morte della natura (quello che oggi conosciamo come “Halloween” nasce in realtà come una festa celtica dedicata al dio della morte, Samhain). Il cattolicesimo ha fatto propria l’essenza di queste celebrazioni, attribuendovi però un nuovo significato. Sono nate così le feste di Ognissanti e dei Morti, che nella mia famiglia sono sempre state combinate alle visite in cimitero alle tombe dei nonni e della mia sorella gemella, deceduta proprio in Novembre, a sei mesi dalla nascita, a causa di una malformazione. Seppure già da piccolissima io abbia vissuto una scomparsa proprio all’interno del mio nucleo familiare, è come se in realtà io non ne fossi ancora stata toccata: i miei nonni infatti erano già defunti quando io sono nata e non ho memoria di quanto è accaduto alla morte di mia sorella. Probabilmente se andassi a scavare nel mio inconscio emergerebbe qualche traccia di quel dolore che ha coinvolto tutti coloro che erano attorno a me, ma sono infinitamente grata di essere arrivata all’età di trentadue anni senza sapere cosa significa doversi separare per sempre da qualcuno che si ama. Come guida spirituale tuttavia sono spesso chiamata a confrontarmi con questa ineluttabile realtà e ad accompagnare coloro che hanno dovuto dire addio ad un proprio caro nel rito delle esequie. Ci è voluto un po’ perché riuscissi a sentirmi a mio agio in questo ruolo e in alcuni casi tutt’ora mi riesce difficile mantenere la professionalità necessaria per essere d’aiuto a coloro che si trovano in una situazione di estrema fragilità. Tuttavia molto spesso questi colloqui sono dei momenti di splendida umanità in cui si arriva quasi a sfiorare l’essenziale. Quello che ogni volta mi colpisce è la sincera apertura delle persone che incontro, con cui spesso mi ritrovo anche a sorridere ricordando questo o quell’episodio che ha segnato le loro vite. Chiaramente ciò non è sempre possibile: in alcuni casi la morte davvero viene vissuta come un incomprensibile mistero di cui non si riesce a dare ragione. In queste occasioni le parole si sprecano: l’unica cosa che può portare un qualche sollievo è una presenza fedele che possa trasmettere all’altro: “non sei solo”. Altre volte però la morte viene vissuta come un momento di sintesi, di liberazione. Allora un senso di consolazione allevia il peso del distacco, come una sera di Novembre in cui il cielo sfinito s’imporpora e fa sperare in una tregua dal grigiore e dalla nebbia. Riconoscere che il tempo è compiuto, indipendentemente numero di anni che ci è dato di vivere, penso sia essenziale per non abbandonarsi alla disperazione e per trovare la forza di lasciare andare. Ed è così che spero un giorno di saper accogliere la morte, questa sconosciuta che ci attende laddove comincia l’orizzonte.

Novembre

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