La prima volta che ho accarezzato l’idea di scrivere un blog è stato guardando la gallery del red carpet del Met Gala del 2018. Il tema di quell’anno era “Heavenly bodies: Fashion and the Catholic Imagination“. Su quel tappeto rosso vedevo sintetizzati i contenuti che mi appassionano e il mio debole per l’haute couture. Per me è stato come ricucire due parti di me che fino ad allora vedevo come contrapposte: quella seria e composta datami dall’educazione ricevuta, e quella più frivola e leggera, che per lungo tempo ho considerato come una debolezza da sanare, ma che in realtà mi appartiene tanto quanto l’altra. Lo stravagante fondersi di religione e moda in quell’occasione ha contribuito a sfatare il pregiudizio che avevo costruito prima di tutto nei confronti di me stessa, autoetichettandomi come superficiale solo per il fatto di amare le cose belle, e poi stimolando la curiosità e la voglia di approfondire, andando a ricercare il nesso fra ciò che credo e le sue espressioni. La sfilata Haute Couture Primavera-Estate 2020 di Dior che è stata presentata la scorsa settimana a Parigi ha riacceso il mio interesse, spingendomi a fare alcune riflessioni. Nata dal genio di Maria Grazia Chiuri e dell’artista Judy Chicago, questa sfilata è stata la prova che la moda non è solo un superficiale passatempo, ma in alcuni casi anche arte, squisito savoir-faire e politica. What if Women Ruled the World? è la domanda che fa da sfondo a questa collezione e che invita ad immaginare un mondo guidato dalle donne. I venti drappi di contorno sono un susseguirsi di altre domande che invitano ad esplorare alcuni aspetti di questa nuova realtà: Would there be violence? Would old women be revered? Would both women and men be gentle? Would both men and women be strong? Would the earth be protected? Would buildings resemble wombs? Would men and women be equal? Would there be equal parenting? Would there be private property? Would God be female? Maria Grazia Chiuri e Judy Chicago sembrano suggerirci il mondo possibile in cui il femminismo diventa realtà e alla donna viene restituito il potere che le è proprio, che fa da contraltare a quello che appartiene degli uomini. Il femminismo infatti non è una lotta fra i sessi, ma per l’uguaglianza di ciascun essere umano a prescindere dal proprio genere. La ferma eleganza degli abiti in passerella mi ha trasmesso un senso di vertigine, come quando per la prima volta ci si affaccia ad un nuovo, inesplorato orizzonte. I fluidi contorni dei pepli in crêpe di seta, le linee pulite e nette degli abiti in jacquard dorato, la mobilità delle frange, la maestria dei ricami e degli ornamenti contribuiscono ad esprimere la ricchezza della femminilità, mostrandone le diverse possibili sfaccettature. In tutto questo l’elemento che più mi affascina è il manifestarsi del divino, la donna-dea a cui viene restituito il potere creativo e la possibilità di esprimersi nella sua interezza. La teologia femminista ha cercato e tuttora si adopera per allargare il concetto di divinità affinché diventi più inclusivo e comprenda il maschile e il femminile, ma smuovere millenni di consuetudini e di interessi è un’impresa che può riuscire solamente grazie allo sforzo collettivo di uomini e donne. Per questo apprezzo molto che la moda si faccia carico di questo compito di conversione, portando il dibattito anche in luoghi e situazioni impensati. La mia speranza è che il femminismo diventi così pop da imporsi al punto da non poterne più farne a meno, così come è capitato con i jeans che da pantaloni per addetti ai lavori sono diventati un must di ogni guardaroba. Ed è con questa voglia di provocare e accendere il dibattito che indosso con orgoglio uno dei miei capi preferiti: l’iconica T-Shirt della prima sfilata di Maria Grazia Chiuri per Dior con lo statement “We should all be feminists” (naturalmente second-hand). Certo, è solo un piccolo gesto, eppure è abbastanza per dare un segno e promuovere quel cambiamento di cui spero essere testimone (anche all’interno della chiesa) e per cui tutti siamo responsabili.

