Circa quattro volte all’anno mi incontro con alcuni colleghi e compagni di studio per fare supervisione. Non avendo mai lavorato in Italia non sono sicura se in patria ne esista il corrispettivo, in ogni caso si tratta di un misto fra consulenza e coaching. Quella manciata di ore che trascorriamo insieme è per me un vero e proprio toccasana. Ciascuno di noi può approfittare di questo spazio per discutere con gli altri situazioni lavorative complicate e ricevere dei suggerimenti su come sbrogliarle, per prendere consapevolezza di quello che ci accade e scoprirne il perché, per prepararsi ad affrontare cambiamenti importanti. La nostra Supervisorin è una donna preparata e brillante da cui è un piacere farsi guidare in questo costruttivo e arricchente scambio di esperienze. Durante il nostro ultimo incontro siamo finiti a parlare dell’essere presenti a se stessi, che penso sia una delle sfide più ardue nelle mie giornate in perenne corsa contro il tempo fra riunioni, scadenze e obiettivi da raggiungere. Lo schema qui sotto sintetizza la discussione che ne è risultata e che desidero fissare per poterci ritornare su in futuro. La linea orizzontale separa la realtà trascendente ed eterna (Gegenwart) abitata dal divino da quella immanente, che si dà nel tempo e nello spazio (la freccia che punta verso destra) in cui si srotola la nostra esistenza e quella di tutto ciò che ci circonda. La prima viene descritta come Wirklichkeit, la seconda invece come Realität, parole che in italiano tradurremmo entrambe con la parola realtà, ma che il tedesco differenzia in modo sottile ed affascinante. Per Realität si intende la realtà di fatto, ciò che possiamo percepire attraverso i nostri sensi, calcolare e misurare. La parola Wirklichkeit descrive invece uno stato dell’essere non quantificabile, ma non per questo meno reale. Si tratta del tentativo di dare un nome a quella presenza da molti appunto ritenuta divina che permea la realtà (le linee che congiungono le due parti dello schema) e di cui essa porta traccia. Essere presenti a se stessi significa allora prendere consapevolezza della presenza del divino in sé e in ciò che ci circonda, esperienza che riempie il tempo e lo spazio di significato. La scritta “bei meinem Namen gerufen” (chiamata col mio nome) si riferisce proprio a questa scoperta che getta un ponta fra trascendenza e immanenza, che nello schema viene rappresentato dal cerchio che racchiude la linea del tempo e dello spazio. Scrivendone così io stessa ho la sensazione di essere tornata ai tempi dell’università o delle lezioni di filosofia al liceo in cui mi dovevo arrovellare il cervello per stare dietro alle spiegazioni dei prof. Infondo però l’esperienza che ho tentato di descrivere penso sia molto più comune di quanto si creda: il senso di appartenenza che si prova a contatto con la natura oppure quando, col cuore in mano, ci apriamo ad un’altro essere umano, abbassiamo le nostre difese ed entriamo in comunione con lui, riconoscendoci nel suo sguardo… In questi attimi il tutto si manifesta in tutti e siamo finalmente presenti a noi stessi, il nostro battito in sintonia con quello dell’essere.

