Sul patriarcato e i suoi condizionamenti

È, purtroppo, l’ennesimo caso di revenge porn. Ma questo è finito sui giornali perché ad essere coinvolta è una maestra d’asilo, e questo per una nutrita schiera di benpensanti è un abominio. I fatti della vicenda sono stati già descritti altrove (qui il link all’articolo di Clarice Subiaco per Il digitale.it), così come più voci si sono alzate per cercare di focalizzare l’attenzione su quello che è il vero problema: il patriarcato, che anziché proteggere le vittime di questo reato sempre più diffuso, solitamente donne, le colpevolizza. Ogni volta che sento notizie come questa sento salirmi la nausea, innanzitutto perché non riesco a capacitarmi che esistano persone talmente becere e vendicative, ma soprattutto a causa della perfidia di quelle donne che, anziché essere solidali con la vittima, aggiungono abuso all’abuso coi loro giudizi perbenisti. È disarmante sapermi parte di un sistema così opprimente che inconsciamente ha plasmato anche i miei modelli di comportamento, limitandoli. Io per esempio non invierei mai foto o video hot, nemmeno a mio marito di cui mi fido ciecamente. Non perché io abbia chissà quali riserve morali, ma semplicemente per paura che un giorno possano essere diffuse, finendo in mano a persone a cui non sono destinati. Rabbrividisco solo al pensare alla gogna mediatica che si scatenerebbe dato il mio impegno nella chiesa e il profilo pubblico che ne consegue. E poi arriva la rabbia: perché anche questo mio ragionamento nasce sulla scia di quanti credono che scambiare materiale intimo online oppure via chat significhi andarsela a cercare; perché questo modo di pensare mi condiziona nell’esprimere non solo la mia sessualità, ma anche la mia personalità; perché, ancora una volta, sono altri a prendere decisioni sulla mia intimità stabilendo cosa è giusto e cosa no. Il putiferio che scatenano fatti di cronaca come questo mi rendono dolorosamente consapevole della pressione che secoli di oppressione tutt’ora esercitano nei confronti delle donne e di tutti coloro che non rientrano nei canoni dell’eteronormatività. Questo carico invisibile si aggiunge alla fatica del percorso di conoscenza e accettazione che ciascuno di noi deve compiere per imparare ad amare se stess*, già di per sé complesso e per nulla scontato. Io stessa ho impiegato anni per districarmi dalle dottrine morali squisitamente cattoliche inculcatemi durante gli anni formativi e dall’educazione puritana che ho ricevuto dalla mia famiglia, ma ciò nonostante mi trovo ingabbiata in dinamiche che non ho la forza interiore di abbattere. Prendendo atto di questo, non posso far altro che esprimere stima e solidarietà nei confronti di quest’insegnante che ha saputo appropriarsi della sua libertà, prima mandando quelle foto e poi non piegandosi alle minacce e denunciando chi ha violato la sua fiducia. Immagino sia inevitabile che quest’esperienza lasci dei segni, ma ora che giustizia è stata fatta spero sia chiaro che riprovevole non è stato il comportamento di quella ragazza, ma di chi ha agito senza consenso.

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